Lavoro nero: quando lo legalizziamo?
di Redazione
16/08/2016
Negli ultimi anni la disoccupazione è incalzata sempre di più, spingendoci ad accettare lavori con retribuzioni basse, senza le garanzie di uno stralcio di contratto e con orari lavorativi impensabili. Parliamo del cosiddetto lavoro nero.
Il lavoro nero trova radici in tempi lontani, caratterizzato da condizioni di lavoro non idonee alle leggi che regolano la materia, sia dal punto di vista della sicurezza sul lavoro che dal punto di vista della regolarità contrattuale della prestazione lavorativa, contribuendo così ad alimentare l'evasione fiscale. In altre parole, il lavoro nero indica quel fenomeno in cui l'irregolarità delle prestazioni è totale, cioè l'attività viene retribuita, ma non dichiarata alle autorità pubbliche, oppure lavoro grigio quando le irregolarità sono solo marginali e corrispondono a considerazioni di convenienza, come ad esempio l'occultamento di forme di contratto a tempo pieno attraverso l'utilizzo di contratti atipici.
Ci sono settori fortemente a rischio lavoro nero, quali , ad esempio, il lavoro agricolo, l’edilizia e il lavoro domestico, questo per l’elevata intensità del lavoro e per l'ampio ricorso a forme di sub-fornitura, soprattutto dove i controlli sono più complessi a causa della stagionalità dei rapporti di lavoro e dell'elevato turnover del personale.
Negli ultimi tempi il lavoro nero è aumentato anche in quei lavori in cui l'utilizzo della tecnologia rende più difficile il controllo e la scoperta delle irregolarità. In questo settore ne pagano le conseguenze i lavoratori giovani, i quali essendo ai primi approcci con il mondo del lavoro si trovano in una posizione di debolezza contrattuale.
Bisogna dire che il lavoro nero è fortemente legato al fenomeno dell'immigrazione, in quanto per gli immigrati questa risulta essere l'unica possibilità di sostentamento e può facilmente trasformarsi in forme di sfruttamento lavorativo. Essi sono maggiormente inclini a ricoprire impieghi scarsamente specializzati, precari e logoranti dal punto di vista fisico.
Ma davvero il lavoro nero passa inosservato? Quali sanzioni sono previste per il datore di lavoro che fa lavorare i dipendenti in condizioni irregolari?
Bisogna precisare che, affinché si possa parlare di lavoro nero, deve esserci l'assenza della comunicazione di assunzione al Centro per l'impiego, in questo caso il datore di lavoro è punito con una sanzione amministrativa compresa tra 1.500,00 e 12.000,00 euro per ciascun lavoratore irregolare, con una maggiorazione di 150,00 euro per ciascuna giornata di lavoro effettivo realizzata. E' reato anche l'omesso versamento delle ritenute previdenziali operate dal datore di lavoro sui compensi dei lavoratori dipendenti, a progetto e co.co.co., con conseguente applicazione di una multa fino a 1.032,00 euro, nonché di una possibile pena fino ai 3 anni di reclusione. Oltre alle sanzioni, laddove vi sia un utilizzo di lavoratori non a norma, in misura pari o superiore al 20% del personale utilizzato sul posto di lavoro, il datore può essere colpito anche dal provvedimento di sospensione dell'attività imprenditoriale.
È cambiato il funzionamento delle sanzioni per la lotta al lavoro nero per cercare di promuoverne la regolarizzazione.
Il Jobs Act ha modellato le maxi sanzioni sul lavoro nero, che vengono applicate in base al periodo in cui si è lavorato in nero, grazie al decreto semplificazioni approvato il 4 settembre 2015 che ha modificato anche le sanzioni per irregolarità nella gestione delle pratiche del rapporto di lavoro, quale registrazione dati, stipendio, busta paga, ecc.
Di seguito le sanzioni previste, in caso di lavoro nero:
- da 1500,00 a 9.000,00 euro per ciascun lavoratore irregolare, in caso di impiego per un periodo fino a 30 giorni effettivi di lavoro;
- da 3.000,00 a 8.000,00 euro per ciascun lavoratore, in caso di impiego fra i 30 e i 60 giorni;
- da 6.000,00 a 000,00 euro, in caso di impiego oltre i 60 giorni.
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